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Forum ~ I Grandi Fotografi ~ I grandi fotografi - Henri Cartier-Bresson |
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Emiliano Scalia
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Inviato: Mer Mar 25, 2009 4:19 pm
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Henri Cartier-Bresson nacque a Chanteloup-en-Brie, un paesino vicino Parigi, nel 1922. Aveva quattro tra fratelli e sorelle. La famiglia rappresenta l'alta borghesia francese dell'epoca. Il padre era un facoltoso imprenditore del settore manifatturiero. La madre veniva da una ricca famiglia normanna che si occupava del commercio di cotone. Henri, infatti, passò parte della giovinezza in Normandia. La famiglia Cartier-Bresson viveva in un quartiere borghese appena fuori Parigi, vicino al Pont de l'Europe, e negli anni a venire si occupò di Henri anche dal punto di vista economico, permettendogli di sviluppare il suo interesse per la fotografia. Per Henri fu una fortuna, visto che molti suoi contemporanei (pensiamo a Robert Capa), dovettero faticare non poco per permettersi le prime attrezzature. Egli descrive la sua famiglia come “Socialisti cattolici”.
Appena ragazzino, Cartier-Bresson entrò in possesso di una Box Brownie (una delle prime macchine a basso costo, prodotta dalla Kodak. La prima fu introdotta nel 1900). La usava principalmente per catturare immagini delle vacanze (i cosiddetti Snapshots, cioè fotografie che non avevano intenti artistici ma che ritraevano momenti di relax o comunque di vita quotidiana. Poi si sarebbero chiamate istantanee). Poco più tardi comprò una View Camera, l'antesignana del moderno banco ottico. Quella strana macchina che usavano i fotografi del West, mettendosi un panno nero sulla testa mentre scattavano.
Essendo cresciuto in una famiglia rigidamente borghese, a Henri veniva chiesto di rivolgersi ai genitori con il Voi (Vous) e non con il familiare Tu. Il padre avrebbe voluto che rilevasse le attività di famiglia, ma il ragazzo era testardo e non avrebbe tardato a dimostrarlo.
Studiò a Parigi, presso la scuola Fénelo, un istituto cattolico. Dopo diversi tentativi infruttuosi di imparare la musica suo zio Louis, un pittore, lo introdusse alla pittura ad olio. “Dipingere è stata la mia ossessione dal momento in cui il mio “mitico zio” mi condusse nel suo studio durante le vacanze natalizie del 1913, quando avevo 5 anni. Lì ho vissuto in un'atmosfera piena di colore e ho respirato olio e tela”. Le lezioni dello Zio Louis, però, si interruppero presto. L'uomo morì in battaglia durante la prima guerra mondiale.
Nel 1927, a 19 anni, Cartier-Bresson entrò in una scuola d'arte privata, la Lhote Academy, studio parigino dello scultore e pittore cubista Andrè Lhote. Si trovava a Montparnasse, a quell'epoca vero e unico centro di riferimento degli artisti parigini. L'ambizione di Lhote era unificare l'approccio cubista alla realtà con le forme classiche, e collegare le tradizioni francesi di Poussin e David al modernismo. Studiò pittura anche con Jacques Emile Blanche. Durante questo periodo lesse Dostoevskij, Schopenauer, Rimbaud, Nitzsche, Mallarmè, Freud, Proust, Joyce, Hegel, Engels e Marx. Lhote lo portava al Louvre per ammirare e studiare gli artisti classici e nelle gallerie parigine per imparare dai contemporanei. L'interesse di Cartier-Bresson per l'arte moderna era in qualche modo compensata dall'ammirazione che provava per il Rinascimento. Le opere di maestri come Jan van Eyck, Paolo Uccello, Masaccio e Piero della Francesca lo lasciavano stupefatto. Spesso, più tardi, Henri ricordò Lhote come “il mio primo maestro di fotografia senza macchina fotografica”
Malgrado cominciasse a sentirsi a disagio con le teorie e l'approccio all'arte molto “pieno di regole” di Lhote, il rigoroso atteggiamento del maestro lo avrebbe aiutato negli anni a venire quando si sarebbe confrontato con i problemi relativi alla composizione delle sue fotografie. Negli anni '20 del secolo scorso le scuole di realismo fotografico in Europa si stavano moltiplicando, ma ognuna aveva un approccio ed un opinione diversi sulla direzione che la fotografia avrebbe dovuto prendere. Mentre ancora studiava con Lhote, Carter-Bresson cominciò a socializzare con i surrealisti al Cafè Cyrano, in Place Blanche. Incontrò molti dei protagonisti del movimento, ed era particolarmente attratto dalle loro teorie sul subconscio e sull'immediatezza del lavoro/azione. Spiega Peter Galassi: “I surrealisti approcciarono la fotografia con l'enorme appetito per il solito ma anche per l'insolito che li contraddistingueva. Riconobbero nell'arte fotografica una qualità essenziale che era stata esclusa dalle teorie precedenti sul realismo. Si accorsero che le fotografie, specialmente quando sradicate dalle loro funzioni pratiche, contengono una quantità di significati sia nascosti che visibili”.
Cartier-Bresson (che per il momento era ancora attratto dalla pittura più che dalla fotografia) maturò artisticamente in questo sommovimento culturale e politico. Era consapevole dei concetti e delle teorie che gli giravano intorno, ma non riusciva ad esprimere un suo personale stile all'interno di queste correnti. Era frustrato e distrusse la maggior parte dei suoi primi lavori.
Nel 1928 e 1929, Henri frequentò l'Università di Cambridge, studiando Arte e Letteratura inglese e divenendo così perfettamente bilingue. Nel 1930 svolse il servizio militare nell'esercito francese a Le Bourget, vicino Parigi. Ricorda il fotografo: “Fu un periodo particolare: tenevo Joyce sotto il braccio e un fucile sulla spalla”.
Nel 1931, una volta congedato dall'esercito e dopo aver letto “Cuore di Tenebra” di Conrad, Cartier-Bresson andò in cerca di avventura in Costa d'Avorio, nelle colonie dell'Africa francese. “Lasciai lo studio di Lhote perchè non volevo entrare nel suo spirito. Volevo essere me stesso. Dipingere e tentare di cambiare il mondo contava in quel periodo più di ogni cosa, nella mia vita”. Nel paese africano inizia la vera formazione fotografica di Henri Cartier-Bresson. Dalla caccia imparò molte delle tecniche che avrebbe poi sfruttato nelle sue tecniche di ripresa. Ma rischiò anche di morire. Contrasse infatti la Febbre dell'acqua nera, che per poco non lo uccise. Durante la convalescenza diede istruzioni per i suoi funerali, scrivendo al nonno e chiedendo di essere sepolto in Normandia, al confine della foresta di Eawy e con un quartetto d'archi che suonasse musiche di Debussy. Uno zio gli rispose: “Tuo nonno trova che sia troppo costoso. Sarebbe preferibile un tuo rientro”.
Nonostante avesse portato una macchina (una Krauss di seconda mano), solo sette fotografie sopravvissero all'ambiente tropicale.
Tornato in Francia, Cartier-Bresson si stabilì a Marsiglia e risolse, lasciandolo, la sua “relazione” con il movimento surrealista. Una fotografia dell'ungherese Martin Munkacsi lo stregò; si trattava di un'immagine con tre ragazzi neri, nudi sulle sponde del lago Tanganica. La gioia di vivere, la spontaneità e la spensieratezza dei soggetti gli fecero dire: “L'unica cosa che mi fece decisamente virare verso la fotografia fu il lavoro di Munkacsi. Quando ho visto le sue immagini con quei ragazzi che correvano tra le onde del Tanganica non potevo credere che una cosa del genere potesse venir ripresa con una macchina fotografica. Dannazione, presi la mia macchina e scesi in strada”.
Da lì in avanti prese seriamente la fotografia. “Capii improvvisamente che un fotografo può fissare l'eternità in un istante”. A Marsiglia acquistò una Leica 50mm che lo accompagnerà per molti anni. Ebbe modo di descrivere questa macchina come una estensione dei suoi occhi. La discrezione data dalle dimensioni ridotte della Leica in mezzo alla folla o in momenti di intimità fu essenziale per prevenire le pose innaturali e scontate che i soggetti fotografati avrebbero potuto assumere.
Aumentò l'anonimato della Leica pitturando di nero tutte le parti metalliche. La Leica aprì nuove strade e nuove possibilità per la fotografia; la possibilità di catturare il mondo esattamente com'era. Anzi, esattamente come in quel momento si stava trasformando. “Andavo in strada tutto i giorni per tutto il giorno, ansioso di attaccare la vita, di catturarla”. Era piuttosto irrequieto, e si spostò da Berlino a Brexelles a Varsavia, da Praga a Budapest e Madrid. Le sue foto vennero esposte presso la galleria Julien Levy di New York nel 1932, e subito dopo all'Ateneo Club di Madrid. Nel 1934, in Messico, espose insieme a Manuel Alvarez Bravo. All'inizio non lavorava nella natia Francia. Nello stesso 1934, Cartier-Bresson incontrò un giovane intellettuale polacco, un fotografo di nome David Szymin, chiamato “Chim”, che più tardi cambiò il proprio nome in David Seymour. Culturalmente, i due avevano molto in comune. Attraverso Chim, Henri incontrò un altro fotografo, questa volta un ungherese, che si chiamava Endré Friedmann. Anche lui, anni dopo, cambiò il proprio nome in Robert Capa. I tre divisero uno studio negli anni '30 e Capa ebbe un notevole influsso su Henri: “Non attaccarti addosso l'etichetta di fotografo surrealista. Sii un fotogiornalista, altrimenti diventerai un fotografo di maniera. Tieni il surrealismo nel tuo cuore. Non devi mai stare fermo. Muoviti!”
Cartier-Bresson tornò negli Stati Uniti nel 1935 per esporre di nuovo nella galleria Julien Levy insieme a Walker Evans e, ancora, Manuel Alvarez Bravo.
Carmel Snow di “Harper's Bazaar”, un importante rivista fashion americana, gli affidò un lavoro sulla moda, ma Henri non lo eseguì al meglio, non avendo idea di come interagire e dirigere il lavoro delle modelle. Ad ogni modo, Snow fu il primo editore americano a pubblicare scatti di Henri Cartier-Bresson su una delle sue riviste. Durante la sua permanenza negli Usa, Henri conobbe anche Paul Strand, autore di un grande lavoro sulla Grande Depressione, dal nome “The plow that broke the plains”, commissionato dal governo messicano. Il grande fotografo lo fece avvicinare al mondo della cinematografia.
Tornato in Francia, cominciò a lavorare con il famoso regista francese Jean Renoir. recitò in un paio di film del regista e lavorò come secondo assistente. Renoir gli diede la possibilità di recitare in modo che il fotografo si rendesse condto come si stava “dall'altra parte dell'obiettivo”. Dal canto suo, Cartier-Bresson aiutò Renoir a fare un film per il partito comunista francese su 200 famiglie, inclusa la sua, che erano emigrate dalla Francia. Ebbe modo di collaborare anche con André Zvoboda e Jacques Becker.
Durante la guerra civile spagnola (1936-39), co-diresse un film antifascista con Herbert Kline, per promuovere i servizi medici della Repubblica Spagnola.
Il primo lavoro strettamente giornalistico di Cartier-Bresson ad essere pubblicato fu nel 1937, quando coprì l'incoronazione del re inglese Giorgio VI per la rivista Regards. I suoi servizi non mostrarono mai il nuovo re, ma si limitarono a percorrere le strade e la gente di Londra. Firmò i suoi scatti con il solo “Cartier”.
Nel 1937 sposò una danzatrice giavanese, Rathna Mohini. Vivevano al quarto piano di un condominio in rue Danielle Casanova. Un grande studio con una stanza da letto, un bagno e una cucina, dove Cartier-Bresson poteva sviluppare le sue pellicole. Tra il '37 e il '39 lavorò per il quotidiano comunista Ce Soir. come Chim e Capa, fu un uomo di sinistra, ma non si iscrisse mai al Partito Comunista Francese. Quando, nel settembre del '39, scoppiò la seconda guerra mondiale, si arruolò come caporale nell'unità dell'esercito che si occupava di Film e fotografia. Durante la Battaglia di Francia, nel giugno del '40, venne catturato sui Vosgi dai tedeschi. Passò 35 mesi in prigionia, perlopiù ai lavori forzati. Come confermò lo stesso fotografo “fui costretto a cimentarmi in 32 differenti tipi di duro lavoro manuale”. Lavorava il più lentamente possibile. Due volte provò a fuggire e due volte venne ripreso e condannato all'isolamento. Il terzo tentativo fu coronato dal successo. Riuscì a nascondersi in una fattoria di Tourane prima di ottenere in qualche modo documenti falsi che gli permisero di tornare in Francia. Una volta lì, partecipò lla Resistenza aiutando altri fuggitivi e coprendo con le sue foto l'occupazione prima e la liberazione poi. Nel 1943 ritrovò la sua adorata Leica, che aveva sepolto vicino un campo prima della cattura. dopo l'armistizio, fu chiamato dall'Ufficio Americano per le Informazioni di Guerra a produrre un documentario, Le Retour, sui prigionieri francesi che tornavano a casa e su quelli che erano stati dichiarati dispersi.
Durante la guerra, in America erano giunta la voce che Cartier-bresson fosse morto in battaglia. Le sue pellicole sul rientro dei prigionieri di guerra furono quindi di stimolo ad una retrospettiva a lui dedicata dal MOMA. In realtà il famoso museo di New York avrebbe voluto, prima che si venisse a sapere che era sopravvissuto, dedicargli una mostra postuma. L'esposizione debuttò nel 1947 insieme al primo libro di fotografie da lui firmato, The Photographs of Henri Cartier-Bresson. Lincoln Kirstein e Beaumont Newhall si occuparono dei testi.
Nella primavera del 1947 Cartier-Bresson, Robert Capa, David Seymour e George Rodger fondarono l'Agenzia Magnum. L'idea fu di Capa e la Magnum divenne subito una cooperativa. Il team di fotografi divise i compiti e i reportages tra i membri. Rodger, che aveva coperto la seconda guerra mondiale da Londra per Life, sarebbe stato inviato in Africa e medio Oriente. Chim, che parlava molte lingue europee, avrebbe lavorato nel vecchio continente. A Cartier-Bresson furono assegnate India e Cina. Vandivert, altra ex firma di Life, si occupò dell'America e Capa fece un po' da jolly, decidendo di volta in volta dove andare e cosa fare. Maria Eisner dirigeva l'ufficio di Parigi e Rita Vandivert quello di New York, divenendo primo presidente della Magnum. La missione della Magnum era quella di “tastare il polso” dei tempi e alcuni dei primi progetti dell'agenzia furono, ad esempio: La gente vive ovunque, Gioventù del mondo, Donne del mondo e La generazione dei bambini. Scopo della Magnum era usare la fotografia al servizio dell'umanità.
Cartier-Bresson ricevette riconoscimenti internazionali per il suo reportage, nel 1948, sul funerale di Gandhi. Nel 1949 raccontò le ultime fasi della guerra civile cinese, scattando foto agli ultimi sei mesi del Kuomintang e ai primi sei della Repubblica Popolare Cinese. Fotografò anche gli ultimi eunuchi imperiali a Pechino, prima che la città cadesse nelle mani delle truppe di Mao Tse-Tung. Dalla Cina si spostò nell'odierna Indonesia, dove documentò la conquista dell'indipendenza dall'Olanda.
Nel 1952 viene pubblicato “Images à la sauvette”, un libro che contiene il termine il momento decisivo, da allora sinonimo di Cartier-Bresson: “Non c'è nulla al mondo che non abbia un momento decisivo”. La citazione è di un prelato francese del XVII secolo, il cardinal de Retz. Nel libro ci sono 126 fotografie che, in sostanza, ripercorrono tutta la sua produzione fino a quel momento. La copertina del libro fu ideata da Henry Matisse. La prefazione, a cura dello stesso Bresson, dice: “Fotografare: riconoscere un fatto in una frazione di secondo e saper organizzare rigorosamente le forme che quel fatto esprime e ciò che esse significano”. Poi, in un'intervista del 1957 al Washington Post, aggiunge: “Fare fotografie non è come dipingere. Quando stai scattando hai una frazione di secondo per essere creativo. Il tuo occhio deve cogliere la composizione o l'espressione che la vita ti offre in quel momento, e devi sapere quando fare click. E' in quel preciso istante che il fotografo diventa creativo..... Il momento. Una volta che lo hai perso, se n'è andato per sempre”.
La prima mostra personale in terra francese si tenne nel Pavillon de Marsan, al Louvre, nel 1955.
Le sue fotografie lo portarono in tutti gli angolo del globo. Dalla Cina al Messico al Canada. Negli Usa, in Cina, in Giappone, in Unione Sovietica e in molti altri paesi. Fu il primo fotografo occidentale a poter documentare senza censure l'Urss del dopoguerra
Nel 1968 si allontanò dalla fotografia e tornò alle sue vecchie passioni, il disegno e la pittura.
Due anni prima si era ritirato dalla Magnum, cui comunque lasciò l'esclusiva per la distribuzione delle sue fotografie, per concentrarsi su su ritratti e paesaggi. Nel 1967 lasciò la prima moglie per sposare, nel 1970, una fotografa, Martine Franck, più giovane di lui di trent'anni. Nel 1972 la coppia ebbe una figli, Mélanie.
Il suo allontanamento dalla fotografia fu progressivo e inesorabile. Dal 1975 non scattò più alcuna foto se non occasionali ritratti per la sua collezione privata. Disse di aver sepolto la sua macchina fotografica in qualche recesso della sua casa e di averla toccata, di lì in poi, molto raramente.
Dopo aver cercato per tutta la vita di sviluppare la sua visione dell'arte attraverso la fotografia, ebbe a dire: “Tutto ciò che mi interessa in questo momento è dipingere. La fotografia non è mai stata altro che una strada per la pittura, una specie di “disegno immediato””. La sua prima esposizione di disegni ebbe luogo alla Carlton Gallery di New York nel 1975
Henri Cartier-Bresson morì a Montjustin, in Provenza, il 3 agosto del 2004. E' sepolto nel cimitero locale.
Spese più di trent'anni della sua vita ad andare in giro per il mondo per Life ed altri importanti giornali. Documentò alcuni dei più importanti avvenimenti del XX secolo, tra cui la guerra civile spagnola, la liberazione di Parigi nel 1945, il movimento studentesco del '68, la caduta del Kuomintank in Cina e l'ascesa dei comunisti, l'assassinio di Gandhi e tanti altri. Ritrasse molti artisti e personaggi eminenti: Sartre, Colette, Pablo Picasso, Henri Matisse, Pound, Giacometti, John Houston, William Faulkner.
Ma le sue fotografie più famose, quelle che hanno fatto veramente scuola (ad esempio Dietro la stazione di Saint Lazare), sono immagini di vita ordinaria e quotidiana. Attimi di esistenze catturati che non si sarebbero mai più ripetuti.
Cartier-Bresson era un fotografo nemico dei fotografi. Odiava essere ripreso e proteggeva gelosamente la sua privacy. Esistono sue fotografie, ma sono scarse. Quando accettò un riconoscimento dall'Università di Oxford nel 1975, durante la cerimonia tenne un foglio di giornale davanti al volto per tutto il tempo per non essere fotografato. Raccontò di aver confessato molti dei suoi segreti ad un anonimo tassista parigino. Lo fece perché era abbastanza sicuro di non incontrarlo mai più.
Cartier-Bresson usò solo ed esclusivamente una Leica 35mm a telemetro, equipaggiato con un obiettivo 50mm o, occasionalmente, con un grand'angolo in caso di fotografie paesaggistiche. Spesso, come detto, avvolgeva la macchina con un nastro nero per renderla ancora meno visibile. Con le prime pellicole in bianco e nero, e con i primi obiettivi realmente performanti dell'epoca fu in grado, con discrezione e delicatezza, di fotografare gli eventi che gli si paravano di fronte. Non fotografò mai con il flash, una pratica che definiva, semplicemente “maleducata. e' come andare ad un concerto con una pistola in mano”. Credeva nella composizione delle sue fotografie nel mirino della Leica e non, come molti suoi celebrati colleghi, in camera oscura. Evidenziò questo credo facendo stampare tutte le sue foto in full-frame e completamente senza nessun taglio o altre manipolazioni. Enfatizzò tutto ciò includendo nella stampa il primo millimetro non esposto intorno all'immagine. Questo, ovviamente, una volta stampato appariva come una piccolissima cornice nera.
Lavorò esclusivamente in bianco e nero, dopo qualche infruttuoso tentativo con il colore. Non gli piaceva sviluppare o stampare da solo i suoi scatti. Disse: “Non sono mai stato interessato ai processi chimici della fotografia. Mai, mai. Forse solo all'inizio. La fotografia è un mezzo verso un fine”.
Insieme a Walker Evans, Brassai e una manciata di altri grandi talenti sdoganò il fotogiornalismo, facendolo diventare un'arte. Fu un uomo dei suoi tempi, un fotografo quasi senza emozioni. A differenza di altri grandi del secolo scorso, i suoi scatti trasudano cronaca. Trasudano vita.
Fonti:
Wikipedia EN
Pierre Assouline - Henri Cartier-Bresson, biografia di uno sguardo |
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Cargua
Utente Assiduo
Inviato: Mar Mar 09, 2010 11:28 am
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Grazie mille per questa bibliografia, davvero interessante.
Non è tra i miei preferiti, ma ha davvero fatto la storia |
_________________ Carlo
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Martalebovitz
Nuovo Utente
Inviato: Gio Giu 24, 2010 7:08 pm
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| ciao ho un disperato bisogno di trovare quelche attinenza con Bresson e la moda.. magari qualche rivista di moda.. proprio non saprei dove cercare. Mi è stato chiesto questo percorso e mi trovo in seria difficoltà.. potresti aiutarmi? |
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